La scalata della Canna, l’ultimo rifugio delle lucertole nere.

Full article in English: A LITTLE IS BETTER THAN NONE: NEW INSIGHTS INTO THE NATURAL HISTORY OF THE AEOLIAN WALL LIZARD PODARCIS RAFFONEI  FROM LA CANNA STACK (Squamata Sauria)

Nel 1973, l’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Lipari aveva organizzato un gemellaggio per promuovere l’immagine delle isole, di anno in anno sempre più ambita meta per i vacanzieri italiani e stranieri.

Curiosamente, la scelta era caduta su Macugnaga, un piccolo paesino alle falde del Monte Rosa, le cui eventuali affinità con un nugolo di isole arse dal sole mediterraneo restano imperscrutabili a chi non sia dotato di una certa propensione immaginifica. Ma la fantasia, evidentemente, non mancava agli amministratori dell’AAST, i cui sforzi vennero quanto meno ripagati dal folcloristico entusiasmo che i macugnaghesi riservarono alla manifestazione: per le strade di Lipari risuonarono le marcette della banda municipale che accompagnavano la sfilata di piacenti montanare in costume tradizionale, mentre cinque guide alpine –Luciano Bettineschi, detto “il gatto delle nevi”, Felice e Carlo Jacchini, Michele Pala e Lino Pironi – decisero di cimentarsi nella prima scalata della Canna, l’inaccessibile faraglione che sorge a poco meno di un miglio dalla costa occidentale di Filicudi.macugnaga

Come racconteranno gli stessi protagonisti sulla “Rivista mensile del Club Alpino Italiano”, le maggiori difficoltà dell’impresa non consistevano tanto nella mediocre tenuta delle rocce, basalti ricchi di ferro e lungamente consumati dalla salsedine, quanto nel fatto di avventurarsi su una parete a picco circondata dal mare: nessuno di loro, infatti, sapeva nuotare. Forse anche per ragioni propiziatorie, dunque, una volta raggiunta la sommità i rocciatori pensarono bene di collocarvi l’immancabile madonnina di bronzo, che tutt’ora sorveglia indiscreta i nidi di falchi e gabbiani, ossia quelli che sembravano essere gli unici occupanti del faraglione.

Non erano i soli, però, giacché nel corso della scalata le guide di Macugnaga si imbatterono in alcune lucertole nerastre e straordinariamente confidenti, che si lasciavano avvicinare e addirittura non disdegnavano di camminare addosso agli alpinisti.

Questa, in breve, è la storia della scoperta della più piccola popolazione dell’endemica lucertola delle Eolie.

Alla fine degli anni Settanta, altri rocciatori – questa volta del Club Alpino Siciliano – ripeterono l’impresa delle guide di Macugnaga, anche allo scopo di catturare qualche individuo, che venne affidato in studio a Maria Gabriella Di Palma, una ricercatrice dell’università di Palermo; sarà lei a descrivere le lucertole della Canna come una nuova sottospecie, che inizialmente viene attribuita alla lucertola campestre (Podarcis siculus).

dipalmaDurante gli anni Novanta, grazie alle nuove tecniche elettroforetiche che si basavano sulla differente velocità di movimento di molecole come amminoacidi, peptidi, acidi nucleici e proteine in presenza di un campo elettrico, e che rendevano possibile discriminare le varianti alleliche per ottenere la misura della diversità e della distanza genetica tra le diverse popolazioni, si è compreso che quella della Canna – insieme ad altre tre popolazioni eoliane – apparteneva in realtà a una specie distinta, denominata Podarcis raffonei.

L’impervio faraglione a Ovest di Filicudi, insieme agli isolotti di Strombolicchio e Scoglio Faraglione e ad un piccolo promontorio di Vulcano, rappresentano gli ultimi rifugi di questa specie esclusiva dell’arcipelago: le lucertole che abitavano questa propaggine dell’isola – quando il livello del mare era più basso di quello attuale, La Canna era un promontorio di Filicudi – sono rimaste isolate e si sono sottratte così a un drammatico processo di esclusione competitiva, che ha portato alla loro scomparsa nelle isole successivamente colonizzate dalla lucertola campestre; questo sembra essersi verificato in epoca recente, forse addirittura a seguito dell’arrivo dell’uomo alle Eolie. L’isolamento ha determinato l’insorgere di alcuni caratteri peculiari: per esempio, gli individui della Canna sono platicefali, ovvero hanno la testa lunga più di due volte la sua altezza. Ma, sostanzialmente, sotto il profilo genetico non sono molto diverse da quelle di Scoglio Faraglione e di Vulcano, mentre le tre popolazioni differiscono leggermente da quella di Strombolicchio, che viene considerata una sottospecie distinta.

La vera particolarità, invece, consiste nella capacità di mantenere una popolazione vitale su un faraglione costituito in gran parte da rocce nude e inospitali, dove vivono pochissime piante e le risorse alimentari devono necessariamente risultare molto ridotte. La Canna e le sue lucertole rappresentano un caso estremo tra i molti esempi di microinsularità mediterranea, e tuttavia le difficoltà di accedere al faraglione per osservare i suoi eroici abitanti ha costituito per lungo tempo un limite oggettivo alla conoscenza dell’ecologia e della biologia di questa popolazione.

 La Canna di Filicudi

La Canna di Filicudi

Per tale ragione, quando Claudia Speciale e Livia Guarino hanno manifestato il desiderio di scalare La Canna, l’Associazione Nesos si è subito messa a disposizione per quanto riguardava l’appoggio logistico alla spedizione, “costringendole” però a una lunga sessione di nozioni e raccomandazioni su cosa avrebbero dovuto annotare, come andavano contati gli individui, quali campioni dovevano essere raccolti e tutto ciò che avremmo desiderato fare noi, ma che la nostra imperizia alpinistica aveva sempre ostacolato.

Le scalatrici all'opera

Le scalatrici all’opera.

La prima cosa da fare, per esempio, era stabilire con buona approssimazione quante lucertole abitano il faraglione. Claudia e Livia hanno diviso la scalata in tre cordate, sostando brevemente nei punti di raccordo; così, abbiamo stabilito che le lucertole andavano contate lungo il transetto rappresentato da ogni singola cordata, perché il rischio di contare due o più volte lo stesso individuo era maggiore durante le soste. Ciò può apparire alquanto empirico, anche se i biologi tendono a nobilitarlo chiamandolo “visual encounter survey”, ed è di fatto l’unico metodo applicabile a luoghi inaccessibili come La Canna.

Un altro degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Uno degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Il numero totale degli avvistamenti è stato utilizzato per una stima estesa alla superficie reale del faraglione, che ha fornito il dato – abbastanza attendibile – di un’ottantina di individui. La loro maggiore concentrazione, ovviamente, è stata osservata nella cengia esposta a Est dove cresce la maggior parte delle piante presenti; ma le lucertole non disdegnano di spingersi anche nella parte più bassa, per predare i “porcellini degli scogli” (Lygia italica), piccoli crostacei isopodi che corrono instancabilmente sulle scogliere lambite dal mare.

E qui giungiamo all’altro quesito: come sopravvivono ottanta lucertole in un ambiente tanto inospitale?

La risposta è: presumibilmente mangiando tutto ciò che si trova sul faraglione.

Lo studio delle feci, raccolte pazientemente da Claudia e successivamente dissezionate allo stereoscopio, ha mostrato che le prede principali sono rappresentate da formiche, che prevalgono decisamente su altre categorie di invertebrati. Nonostante le lucertole abbiano generalmente una dieta insettivora, quelle che abitano La Canna tendono a consumare inoltre una notevole quantità di sostanze vegetali, come foglie, piccoli frutti e persino fiori delle poche specie presenti; è questa una forma di adattamento alla scarsità di risorse, osservata in altre popolazioni microinsulari nel Mediterraneo, ma che non risulta altrettanto pronunciata in quelle eoliane della stessa specie, che vivono su isolotti dove la vegetazione è più densa e dove le prede abituali risultano più abbondanti.

E, a proposito di adattamenti, analizzando la dieta è saltato fuori quello che probabilmente rappresenta l’aspetto più singolare delle abitudini alimentari di questa popolazione. Una delle feci conteneva la zampa di una cetonia, un grosso coleottero tipico di ambienti di macchia e boschivi, in particolare dei castagneti, che difficilmente approderebbe su La Canna.cetonia

È però possibile che la cetonia sia stata predata da un falco della regina (Falco eleonorae), che nidifica sul faraglione ma si spinge in caccia anche a notevole distanza dal sito riproduttivo; le parti non digerite dell’insetto possono essere state rigurgitate in uno di quei piccoli boli alimentari – le borre – che molti rapaci e altri uccelli depositano spesso in prossimità del nido e, da lì, il passo è breve: una lucertola affamata è in grado di ricorrere a qualsiasi risorsa – anche quelle meno appetibili – se le condizioni ambientali lo richiedono.

Falchi della regina e lucertole convivono in numerosi isolotti del Mediterraneo, dove non soltanto queste ultime non vengono predate dai rapaci, ma addirittura traggono vantaggio dalla loro presenza alimentandosi dei resti degli uccelli (in genere, piccoli passeriformi) che i falchi intercettano durante la migrazione tardo-estiva; su questa curiosa interazione tra rapaci e lucertole abbiamo recentemente pubblicato un articolo, insieme a colleghi francesi e tunisini, ma ciò che si verifica su La Canna assume una valenza inedita, poiché finora non era stato documentato l’uso delle borre come risorsa alimentare da parte delle lucertole.falco

Un’arrampicata di qualche ora, dunque, ci ha regalato interessanti spunti per comprendere meglio le relazioni ecologiche che si possono sviluppare in un ambiente “estremo” e altrimenti difficilmente esplorabile.

Un altro degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Un altro degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Ma non soltanto questo: l’emozione di vedere Claudia e Livia mentre conquistavano la vetta, il tramonto che illuminava la loro discesa, la sosta per festeggiare sulla terrazza del ristorante di Nino Santamaria, davanti a un piatto di spaghetti alla “filicudara” generosamente offerto da Francesco Scaldati, la corsa in gommone verso Lipari, nel buio di una notte senza luna appena interrotto a poppa dalla scia luminosa del plancton.

Sulla vetta: il nostro punto di vista.

Sulla vetta: il nostro punto di vista.

Un’esperienza che, al di là dei risultati scientifici, è stata densa di suggestioni e di momenti indimenticabili.

Pietro Lo Cascio

Sulla vetta. Foto di Claudia Speciale

Sulla vetta. Foto di Claudia Speciale

 

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La scalata della Canna in un articolo della Gazzetta del Sud

La scalata della Canna in un articolo del Giornale di Sicilia

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Citazione

Recensione: Omaggio a Charles Darwin

1BRUNO MASSA (a cura di):  Omaggio a Charles Darwin. 1809-2009: ducento anni di evoluzionismo. Kalòs ed., Palermo, 146 pp. 15,00 €.

L’iniziativa promossa dall’Università di Palermo in occasione del bicentenario della nascita di Charles Darwin, un ciclo di seminari tenutosi nell’aula magna di Palazzo Steri e intitolato “1809- 2009: duecento anni di evoluzionismo”, si traduce oggi in “Omaggio a Charles Darwin”, un pregevole libro pubblicato dalla casa editrice Kalós (Palermo, 2010) e curato da Bruno Massa, che raccoglie i contributi di otto autori (e relatori) dedicati a vari aspetti del darwinismo e, in generale, delle teorie scientifiche dell’evoluzione. Preceduto dalla presentazione di Valerio Agnesi e da una prefazione di Giuseppe Barbera, Luca Sineo propone un excursus di due secoli di evoluzionismo, selezionando eventi cruciali e i loro anniversari con cadenza cinquantennale: la nascita di Darwin e la contemporanea pubblicazione della “Philosopie zoologique” di Jean-Baptiste Lamarck, nel 1809; quella della prima edizione dell’“Origin of Species”, nel 1859; i rispettivi anniversari del 1909, circoscritti all’austero entourage accademico francese e a quello di un manipolo di irriducibili darwinisti, appena preceduti – però – dal battesimo di una nuova disciplina, la genetica, il cui supporto risulterà fondamentale nel progresso della biologia evoluzionistica. Suggestivamente cabalistica, tale rassegna, che si conclude nel 1959 con il pionieristico lavoro di Byron H. Waksman sull’ecologia umana, trova probabilmente un limite nell’eccessiva sintesi degli accenni alle numerose tappe intermedie di maggiore rilievo, che vanno dalla riscoperta degli studi di Mendel alla descrizione della doppia elica ad opera di Watson e Crick. Coraggioso è senz’altro il contributo apertamente neolamarckiano dove Ernesto Burgio affronta una disamina delle influenze ambientali sulle caratteristiche genetiche e fenotipiche degli organismi; tale modello, contrapposto a quello darwinista nel quale l’ambiente esercita un ruolo selettivo, viene riproposto alla luce di recenti risultati scientifici (p.e. quelli sui retrovirus) che, senza dubbio, pongono stimolanti interrogativi, anche sulla possibile incidenza delle trasformazioni ambientali nel futuro della nostra specie. A Telmo Pievani, una delle massime autorità nel campo degli studi su Darwin, è affidata una rassegna dei taccuini scritti tra il 1836 e il 1844 dal grande naturalista inglese, dove si ripercorrono le principali tappe della graduale sedimentazione di idee e intuizioni che, quindici anni più tardi, lo porterà a formulare il concetto di “selezione naturale”; le testi- monianze giovanili ci rivelano anche dubbi, timori e contraddizioni che rendono più umano il profilo dello scienziato che David Quammen, opportunamente, ha definito the reluctant evolutionist. Il termine “evoluzione” e il suo innesto nel linguaggio della società vengono sottoposti a un’ana- lisi quasi semantica, che a partire da alcune delle sue accezioni diffuse tra gli autori pre-darwinisti, Barbara Continenza spinge fino alla più recente storia del dibattito evoluzionista. A diversa scala di dettaglio, questo tema viene ripreso da Mario La Farina, che privilegia le relazioni tra teoria evoluzionistica e genetica, indagando le ragioni dell’indifferenza – quando non addirittura dell’ostilità – con la quale la comunità scientifica ha accolto in un primo tempo i risultati degli studi di Gregor Johann Mendel; ragioni che, probabilmente, penalizzarono lo stesso Darwin, a cui il monaco ceco aveva inviato il proprio lavoro, ma nel quale il naturalista inglese evidentemente non ravvide le potenziali connessioni con il punto debole della propria teoria, ovvero i meccanismi della trasmissione dei caratteri ereditari. Bruno Massa conferisce all’anniversario un sapore apparentemente panormita, ma che riveste una valenza ben più ampia, come aveva già fatto nel 1990 curando la stesura di un supplemento de “Il Naturalista siciliano” dedicato alla figura e all’opera di George Evelyn Hutchinson: nel 2009, infatti, si celebrava anche il cinquantenario della pubblicazione di un artico- lo fondamentale dell’ecologo anglo-americano, “Homage to Santa Rosalia, or why are there so many kinds of animals?”, apparso su “American Naturalist”. Le implicazioni di osservazioni di campo condotte a breve distanza dal santuario della patrona di Palermo portano Hutchinson a formulare basi teoriche su argomenti di rilievo quali la nicchia ecologica, le catene alimentari, la diversità delle specie e l’esclusione competitiva, che costituiscono tuttora fondamenti dell’ecologia evoluzionistica e che ne hanno positivamente influenzato lo sviluppo successivo; non a caso, Massa riporta nella documentata bibliografia decine di lavori che fanno riferimento proprio a Santa Rosalia. Infine, un interessante contributo, ricco di dati originali, si deve a David Caramelli e Lucio Milani, che hanno fornito una rassegna aggiornata delle conoscenze disponibili sulle relazioni genetiche tra Homo sapiens e Homo neanderthalensis, aspetto tra i più problematici della paleoantropologia, alla luce dei più moderni studi condotti sul DNA antico. In conclusione, il libro racconta alcune tra le varie sfaccettature del processo, lungo ed elaborato, attraverso il quale si è corroborata la teoria evolutiva darwiniana e che ha positivamente influenzato il pensiero scientifico – ma non solo quello scientifico – moderno. Già questo basterebbe a consigliare vivamente quella che, grazie alla capacità espressiva e alla ricchezza di argomenti proposta dagli autori, rappresenta una lettura gradevole e densa di informazioni. Ma non si può non aggiungere come un libro del genere, in un momento nel quale l’università italiana attraversa una delle fasi certamente più critiche della propria esistenza e rischia di smarrire il senso stesso del proprio ruolo di istituzione culturale, rappresenti un segno tangibile di vitalità, che ne rivela la capacità – a dispetto di scarsi mezzi e di abitudini da trincea – di saper catalizzare ancora l’attenzione su temi di gran- de respiro, come quella straordinaria impresa collettiva alla base di uno dei maggiori avanzamenti del sapere, rappresentata dalla nascita e dal progresso delle teorie evoluzioniste.

PIETRO LO CASCIO