King Kong

King Kong: una storia evoluzionista?

Full English text: below.

Forse King Kong non regge più di tanto nella sua modestia spettacolare e nei limiti oggettivi della sua artisticità a interpretazioni sociologiche o psicanalitiche, ideologiche o politiche. Ma certo la forza eversiva della grande scimmia come modello di alterità rispetto alla società americana del tempo, e più in generale del costume sociale e morale degli anni Trenta, risulta ancor oggi vincente”.

Così scriveva il critico Gianni Rondolino su La Stampa (14 febbraio 1993), in una rilettura delle implicazioni del celebre film del 1933 che, probabilmente, ha centrato il bersaglio ben oltre le aspettative del suo autore.

La trama è certamente ben nota a chi legge, ed è stata riproposta più o meno fedelmente nei successivi remake del 1976 e del 2005; se volessimo però enucleare gli elementi che più la caratterizzano dal punto di vista biologico, questa si potrebbe riassumere in tre punti fondamentali:

un’isola remota, una scimmia gigante, la passione che nutre nei confronti della bionda rappresentante di un’altra specie (l’attricetta un po’ sfigata, Ann Darrow).

Ed è qui che la “forza eversiva” del gorillone ideato da Merian Cooper ed Ernest Shoedsack sembra insidiare quei pregiudizi anti-evoluzionistici largamente diffusi nella società americana del tempo (e, purtroppo, anche in quella attuale).

In tutti e tre i punti, infatti, si ravvisa l’eco di quell’intensa avventura scientifica e intellettuale che, soprattutto durante la seconda metà del XIX secolo, ha accostato eminenti biologi allo studio delle isole quale chiave di lettura privilegiata per decifrare e interpretare i complessi meccanismi alla base dell’evoluzione dei viventi. Island naturalists, per antonomasia, erano Charles Darwin e Alfred Wallace: il primo, tra i numerosi argomenti che confluiranno nell’“Origine delle specie”, annovera le suggestioni ricavate nel corso di una visita alle Galápagos, sulle quali mediterà per lunghi anni; il secondo intuirà l’esistenza di un rapporto tra la diversificazione della vita e la selezione mentre lotta per la propria sopravvivenza in una capanna sull’isola di Ternate, nell’arcipelago delle Molucche. Specialmente Wallace dedicherà grande attenzione al tema dell’insularità, pubblicando nel 1880 “Island life”, opera fondamentale della letteratura biogeografica ottocentesca.

Alfred Wallace

Alfred Wallace nell’isola di Ternate
(Evstafieff/Down House, Downe, Kent, UK/English Heritage Photo Library/Bridgeman)

Grazie al lavoro di Darwin, di Wallace e di altri evoluzionisti (Hooker, Huxley, Lyell, Gray), è stato possibile mettere in evidenza il ruolo di “rifugio” assolto dalle isole, dove faune e flore ormai altrove scomparse per effetto di processi di competizione ed estinzione seguitano a sopravvivere indisturbate.

Tuatara

©Frans Lanting

Gli esempi sarebbero infiniti: i tuatara (Sphenodon), veri e propri “fossili viventi” che si trovano esclusivamente in alcune isolette satelliti delle due grandi isole della Nuova Zelanda; il tilacino (Thylacinus cynocephalus), un carnivoro marsupiale scomparso migliaia di anni fa in Australia ma che fino agli anni Trenta del XX secolo sopravviveva ancora in Tasmania; o, per non andare troppo lontano, la lucertola delle Eolie (Podarcis raffonei), che ha potuto sottrarsi all’estinzione grazie all’isolamento su uno sparuto numero di isolotti dell’arcipelago, mentre la lucertola campestre si andava prepotentemente affermando nelle isole maggiori a discapito della congenere.

Tilacino

Skull Island, dove approdano lo spregiudicato Carl Denham, la povera Ann e il loro seguito, tra le nebbie tropicali non nasconde soltanto il peloso protagonista della pellicola, ma una lunga teoria di ferocissimi stegosauri, tirannosauri, elasmosauri che – evidentemente – non sospettano minimamente di essere gli ultimi superstiti della grande estinzione di massa avvenuta una sessantina di milioni di anni fa.

King Kong

King Kong.
Alle spalle dei nostri eroi incombe lo Stegosauro.

Anche le dimensioni di King Kong sembrano frutto di suggestioni indotte dagli studi sull’insularità e sui peculiari fenomeni biologici ed evolutivi che la caratterizzano. Se è vero che la definizione di island rule sarà formalizzata da Foster soltanto nel 1964, il fatto che molte specie nelle isole presentassero la curiosa tendenza a “invertire” la taglia (quelle piccole assumevano grandi dimensioni, e viceversa) era ben noto già da parecchio tempo.

elephas falconeri

Nel 1867 il paleontologo George Busk aveva descritto come Elephas falconeri gli elefanti nani che abitavano Malta, la Sicilia e altre isole mediterranee ancora fino a poche migliaia di anni fa, e che rappresentano uno dei più significativi esempi di nanismo insulare. Nello stesso periodo venivano studiati i resti di uccelli come i moa (Dinornithidae) della Nuova Zelanda o gli Aepyornis del Madagascar, che potevano raggiungere dimensioni impressionanti (fino a 3 metri di altezza) e che – insieme alle testuggini delle Galápagos e di altre isole dell’Oceano Indiano – costituiscono i più celebri esempi di gigantismo insulare.

In realtà, stando alla “regola” di Foster, King Kong avrebbe dovuto essere una scimmia nana, ma pazienza.

L’idea dello scimmione gigante, a quanto pare, sovvenne a Cooper sull’onda emotiva dell’arrivo nello zoo del Bronx di due draghi di Komodo (Varanus komodoensis), catturati da William Douglas Burden durante una missione nelle isole della Sonda, e dei racconti dello stesso Burden, che durante la pericolosa spedizione era stato accompagnato dalla moglie.

National Geographic

Dagli archivi del National Geographic

Una loro fedele riproposizione, tuttavia, non avrebbe avuto facile presa sul pubblico. Così, all’inquietante ma poco espressivo lucertolone venne preferito un animale decisamente più affine alla nostra specie: la scimmia. Chi altri avrebbe infatti potuto rendere credibile la passione per la sventurata Ann, se non qualcuno le cui espressioni non si discostano molto – tutto sommato – da quelle che potremmo cogliere nello sguardo e nel volto di uno spasimante?

king kong

Anche in questo caso, non è superfluo osservare che l’accostamento uomo-scimmia sia stato “sdoganato” ben prima della realizzazione della pellicola; se volessimo fissare una data ideale, potremmo farla risalire al 1871, quando Charles Darwin pubblica “The descent of man” e, per la prima volta, affronta con chiarezza i rapporti evolutivi con i nostri cugini più stretti. Questa tesi verrà perfezionata in alcuni suoi aspetti nella successiva pubblicazione di “The expression of emotions in man and animals”, ma lo scienziato inglese era già divenuto il bersaglio degli strali di chi riconosceva nella “discendenza dalle scimmie” un attacco mortale al dogma religioso. Comincia così una lunga contrapposizione tra darwinisti e anti-darwinisti, destinata a proseguire fino ai nostri e che, molto spesso, valicherà i confini del dibattito scientifico.

Caricature Darwin

Alcune caricature di Darwin:
a sx. e a dx. in alto tratte dalla rivista La Petite Lune (fine ‘800);
a dx in basso un’opera recente ©Klaas Op De Beéck

Chissà cosa avrebbe potuto pensare Darwin davanti alle scene dove King Kong lancia languide occhiate alla sua bionda preda, o dove tenta di spogliarla, incuriosito dalla sua carnagione pallida o, probabilmente, dal suo aspetto insolitamente glabro. Per la grande scimmia, Ann non è un giocattolo, un ninnolo con cui ornare la propria caverna: Kong lotta per lei come potrebbe fare soltanto un eroe romantico spinto da un afflato amoroso, o piuttosto – considerando il soggetto – da un’incontenibile pulsione erotica, ancorché non traducibile – per ovvie ragioni – in qualcosa di diverso dalla contemplazione.

tumblr_mtsb6xKeZe1rdfgw4o1_400Il fatto che una scimmia arcaica sia tanto attratta da un’attricetta hollywoodiana appare come un’implicita ammissione della modesta distanza che, in termini filogenetici, separa le due specie; in qualche modo, sembra alludere a un comune denominatore, o rievocare un antenato condiviso.

Che tale ammissione divenga esplicita in un’opera cinematografica americana degli anni Trenta, però, risulta sorprendente. Nel 1925, infatti, il Tennessee Butler Act aveva bandito l’insegnamento delle tesi evoluzionistiche di Darwin dalle scuole pubbliche degli Stati Uniti; l’argomento tornerà nei libri di testo soltanto nel 1958, ma per effetto del Lousiana Science Education Act del 2008 i programmi scolastici dovranno trattarlo in maniera paritaria al creazionismo, e finiranno per includere anche posizioni negazioniste in merito ad argomenti come l’influenza dell’uomo nel riscaldamento globale.

Al di là di una ristretta élite impegnata nel progresso delle conoscenze scientifiche, la maggior parte degli statunitensi brancola nel buio della beata convinzione che l’evoluzione sia un artefatto demoniaco: secondo un sondaggio Gallup realizzato nel 2012, il 46% degli americani ritiene che l’uomo sia stato creato da un intervento divino intorno a 10000 anni fa. Soltanto il 5% degli elettori del partito repubblicano crede che l’evoluzione si sia verificata senza la guida di dio, mentre la percentuale sale al 19% tra quelli del partito democratico, ed è una ben magra consolazione.

Questa preoccupante istantanea riguarda quello che comunemente viene indicato come il paese più avanzato del mondo sotto il profilo tecnologico e scientifico, dove è però evidente che una grande massa seguiti ad ignorare – quando non addirittura osteggi animosamente – uno dei cardini del pensiero moderno: l’evoluzione.

King KongPotremmo dunque concludere che King Kong riflette alcuni fondamenti delle scoperte scientifiche a supporto delle tesi darwiniste, ma sembra averle assimilate – e restituite al pubblico – in maniera assolutamente inconsapevole. Richiamandoci ancora a Rondolino, la sua “forza eversiva” non viene colta appieno, e il film riuscirà pertanto a superare indenne il severo giudizio dei creazionisti e dei negazionisti, sempre pronti a difendere il dogma dalle pericolose insidie delle evidenze scientifiche. Forse perché, in questo caso, si aggirano sotto le spoglie di uno scimmione un po’ grottesco, un incubo dal quale i prodi aviatori sapranno liberarci mentre si agita disperatamente in cima all’Empire State Building, prima di deporre delicatamente Ann sul cornicione e di precipitare nel vuoto. E mentre Kong spira, ucciso dalla bellezza (come chiosa Carl Denham), Ann è già tra le braccia di Jack, indugiando in tiepidi sospiri: la selezione sessuale ha vinto anche questa volta!

Pietro Lo Cascio

ann e jack

 

Bibliografia e Sitografia

Busk G. 1867, Description of the remains of three extinct species of elephant, collected by Capt. Spratt, C.B.R.N., in the ossiferous cavern of Zebug, in the island of Malta, Transactions of the Zoological Society of London 6: 227-306.

Darwin C.R. 1871, The descent of man, and selection in relation to sex, J. Murray, London.

Darwin C.R. 1872, The expression of emotions in man and animals, J. Murray, London.

Foster J. 1964, The evolution of mammals on islands, Nature 202: 234-235

Lo Cascio P. 2013, Alfred Russel Wallace e le isole, Naturalista siciliano 37: 645-661.

Rosen D. 2012, The Movie-Star Komodo Dragons that inspired “King Kong”.

Wallace A.R. 1880, Island Life: or the phenomena and causes of insular floras and faunas, including a revision and attempted solution of the problem of geological climates, MacMillan & Co., London.

 

King Kong claims evolutionism?

Perhaps King Kong suffers both for its spectacular modesty and the objective limits of its artistry when undergoes to sociological, psychoanalytic, ideological and political interpretations. But certainly the subversive power of the big monkey as a model of otherness compared to the American society of 1930s and, more generally, to its social and moral customs, is still winning”.

So wrote the critic Gianni Rondolino on La Stampa (14 February 1993), examining the implications of the famous film shot in 1933. Probably he has hit the target more than expected.

The story is well known, and has been revived more or less faithfully in the remakes of 1976 and 2005. But highlighting just the elements that characterize King Kong in a biological perspective, we could summarize three main points:

a remote island, a giant ape, and the passion he has for the blonde representative of a different species (the unlucky starlet Ann Darrow).

Through these points, the “subversive power” of the giant gorilla conceived by Merian Cooper and Ernest Shoedsack seems to undermine the anti-evolutionary prejudices typical of the American society at that time, and, unfortunately, still widespread.

All these points, in fact, sound like the echo of the intense intellectual and scientific challenge that, especially during the second half of the 19th century, approached eminent biologists to the study of the islands, as model for understanding the complex mechanisms of evolution of the living organisms.

Islands naturalists, by definition, were Charles Darwin and Alfred Wallace: Darwin, among many topics included in the “Origin of Species”, meditated for a long time on the impressions obtained during a visit to the Galápagos; while Wallace stated the occurrence of a relationship between the diversity of life and the selection when he was in struggle for survival at Ternate, in the Moluccas archipelago. Especially Wallace deserved great attention to the theme of insularity through the publication in 1880 of his the fundamental book “Island Life”.

Thanks to the work of Darwin, Wallace and other evolutionists (Hooker, Huxley, Lyell, Gray), it was possible to highlight the role of “refuge” absolved by the islands, where fauna and flora may survive undisturbed, while disappeared elsewhere due to competition and extinction processes.

Examples would be infinite: the tuataras (Sphenodon), true “living fossils” found only in some small satellites of the two major islands of New Zealand; the thylacine (Thylacinus cynocephalus), a carnivorous marsupial disappeared thousands of years ago from Australia but still occurring in Tasmania until the 1930s; or, not far from us, the Aeolian Wall Lizard (Podarcis raffonei), a relict species that inhabits a small number of islets, and replaced by the Italian Wall lizard in the larger Aeolian Islands.

On Skull Island, where Carl Denham, Ann and their entourage landed, the tropical fog hides, not only the hairy protagonist of the film, but also a long series of ferocious stegosaurus, tyrannosaurus, elasmosaurus, last survivors of the great mass extinction occurred about 60 million years ago.

Also the size of King Kong seems to be suggested by the studies on the insularity and their peculiar biological and evolutionary phenomenas. While the definition of island rule will be formalized by Foster only in 1964, the fact that many species in the islands show the curious tendency to “reverse” the size (small ones become large, and vice versa) was well known since long time.

In 1867, the paleontologist George Busk described as Elephas falconeri the dwarf elephants that inhabited Malta, Sicily and other Mediterranean islands until few thousand years ago, which represent one of the most significant examples of insular dwarfism. In the same period were also studied the remains of giant birds like the moa (Dinornithidae) from New Zealand, or Aepyornis maximus from Madagascar, which reached impressive sizes (up to 3 meters high) and that – along with the tortoises of the Galapagos and other islands in the Indian Ocean – are the most famous examples of island gigantism.

According to the Foster’s “rule”, King Kong should have been a dwarf monkey, but that’s life.

The idea of a giant ape, apparently, was suggested to Cooper by the arrival in the Bronx Zoo of two Komodo dragons (Varanus komodoensis), captured by William Douglas Burden during a mission in the Sunda Islands, as well as by the tales of the same Burden, who during this dangerous expedition was accompanied by his wife.

As the giant lizard was poorly expressive for the movie, Cooper preferred an animal more closely related to our species: the ape. Who else would have been able, indeed to make credible the passion for the blonde Ann, if not someone whose expressions are not much different from what we could have expected to find in the eyes and in the face of a suitor?

Even in this case, should be noted that the combination ape-man was “duty paid” many years before the film; we could go back to 1871, when Charles Darwin published “The Descent of Man” and, for the first time, clearly deals with the evolutionary relationships between humans and their closest cousins. Darwin’s hypothesis will be improved by the subsequent publication of “The expression of emotions in man and animals”, but the English scientist was already become the target of arrows from those who have recognized in the “descent from apes” a strong attack against the religious dogma. It is the beginning of a long conflict between Darwinists and anti-Darwinists, which has reach the present and, very often, overcomes the boundaries of the scientific debate.

Who knows what Darwin would have thought in front of the scene where King Kong gives languid glances at his blonde prey, or where he tries to undress her, intrigued by her pale skin or, probably, by his looks unusually hairless. For the great ape, Ann is not a toy, a trinket to adorn his cave: Kong fights for her as a romantic hero driven by a breath of love, or rather – considering that he is an ape – from uncontrollable erotic drive, although not translatable – for obvious reasons – into something different from the contemplation.

The fact that an archaic monkey is so attracted by a Hollywood starlet appears as an implicit admission of the modest distance, in phylogenetic terms, that separates the two species; somehow, seems to allude to a common denominator, or evoke a shared ancestor.

However, this so explicit admission in a cinematographic work realized in the America of the thirties is rather surprising.

In 1925, the Tennessee Butler Act had banned the teaching of evolutionary theory of Darwin from the public schools in the United States; the evolution will come back in the textbooks only in 1958, but currently, due to the Louisiana Science Education Act of 2008, the school programs should treat it giving equal access to creationism, and so, including also denialist positions on topics such as the anthropic influence in the global warming.

Except for a small elite engaged in the advancement of scientific knowledge, most of the Americans believe that evolution is a devil’s artifact: according to a pool carried out by Gallup in 2012, 46% of Americans believe that man has been created by a divine intervention around 10,000 years ago. Only 5% of the supporters of the Republican Party believes that evolution occurred without the guidance of god, while the percentage rises to 19% among the Democratic supporters: a very poor consolation.

This worrying snapshot regards the country commonly referred as the most advanced at global level in terms of technology and science, where however a large mass followed to ignore – or even rejects strongly – a fundament of the modern thinking: the evolution.

We may therefore conclude that King Kong evokes some fundamentals of scientific findings that support the Darwinist theory, which anyway seem to have been assimilated – and returned to the public – in a unconscious manner. His “subversive power” was not fully grasped, and therefore the film was able to overcome harmless the severe judgment of creationists, always active to defend the dogma from the attacks of the scientific evidences. In this case, the attack is given in the guise of an ape: a nightmare finally killed by the brave airmen after he climbs on the Empire State Building and gently lays the beautiful Ann on the ledge. But when Kong dies, killed by the beauty, Ann is already in the arms of Jack, lingering in amorous sighs: sexual selection won!

Pietro Lo Cascio

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La scalata della Canna, l’ultimo rifugio delle lucertole nere.

Full article in English: A LITTLE IS BETTER THAN NONE: NEW INSIGHTS INTO THE NATURAL HISTORY OF THE AEOLIAN WALL LIZARD PODARCIS RAFFONEI  FROM LA CANNA STACK (Squamata Sauria)

Nel 1973, l’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Lipari aveva organizzato un gemellaggio per promuovere l’immagine delle isole, di anno in anno sempre più ambita meta per i vacanzieri italiani e stranieri.

Curiosamente, la scelta era caduta su Macugnaga, un piccolo paesino alle falde del Monte Rosa, le cui eventuali affinità con un nugolo di isole arse dal sole mediterraneo restano imperscrutabili a chi non sia dotato di una certa propensione immaginifica. Ma la fantasia, evidentemente, non mancava agli amministratori dell’AAST, i cui sforzi vennero quanto meno ripagati dal folcloristico entusiasmo che i macugnaghesi riservarono alla manifestazione: per le strade di Lipari risuonarono le marcette della banda municipale che accompagnavano la sfilata di piacenti montanare in costume tradizionale, mentre cinque guide alpine –Luciano Bettineschi, detto “il gatto delle nevi”, Felice e Carlo Jacchini, Michele Pala e Lino Pironi – decisero di cimentarsi nella prima scalata della Canna, l’inaccessibile faraglione che sorge a poco meno di un miglio dalla costa occidentale di Filicudi.macugnaga

Come racconteranno gli stessi protagonisti sulla “Rivista mensile del Club Alpino Italiano”, le maggiori difficoltà dell’impresa non consistevano tanto nella mediocre tenuta delle rocce, basalti ricchi di ferro e lungamente consumati dalla salsedine, quanto nel fatto di avventurarsi su una parete a picco circondata dal mare: nessuno di loro, infatti, sapeva nuotare. Forse anche per ragioni propiziatorie, dunque, una volta raggiunta la sommità i rocciatori pensarono bene di collocarvi l’immancabile madonnina di bronzo, che tutt’ora sorveglia indiscreta i nidi di falchi e gabbiani, ossia quelli che sembravano essere gli unici occupanti del faraglione.

Non erano i soli, però, giacché nel corso della scalata le guide di Macugnaga si imbatterono in alcune lucertole nerastre e straordinariamente confidenti, che si lasciavano avvicinare e addirittura non disdegnavano di camminare addosso agli alpinisti.

Questa, in breve, è la storia della scoperta della più piccola popolazione dell’endemica lucertola delle Eolie.

Alla fine degli anni Settanta, altri rocciatori – questa volta del Club Alpino Siciliano – ripeterono l’impresa delle guide di Macugnaga, anche allo scopo di catturare qualche individuo, che venne affidato in studio a Maria Gabriella Di Palma, una ricercatrice dell’università di Palermo; sarà lei a descrivere le lucertole della Canna come una nuova sottospecie, che inizialmente viene attribuita alla lucertola campestre (Podarcis siculus).

dipalmaDurante gli anni Novanta, grazie alle nuove tecniche elettroforetiche che si basavano sulla differente velocità di movimento di molecole come amminoacidi, peptidi, acidi nucleici e proteine in presenza di un campo elettrico, e che rendevano possibile discriminare le varianti alleliche per ottenere la misura della diversità e della distanza genetica tra le diverse popolazioni, si è compreso che quella della Canna – insieme ad altre tre popolazioni eoliane – apparteneva in realtà a una specie distinta, denominata Podarcis raffonei.

L’impervio faraglione a Ovest di Filicudi, insieme agli isolotti di Strombolicchio e Scoglio Faraglione e ad un piccolo promontorio di Vulcano, rappresentano gli ultimi rifugi di questa specie esclusiva dell’arcipelago: le lucertole che abitavano questa propaggine dell’isola – quando il livello del mare era più basso di quello attuale, La Canna era un promontorio di Filicudi – sono rimaste isolate e si sono sottratte così a un drammatico processo di esclusione competitiva, che ha portato alla loro scomparsa nelle isole successivamente colonizzate dalla lucertola campestre; questo sembra essersi verificato in epoca recente, forse addirittura a seguito dell’arrivo dell’uomo alle Eolie. L’isolamento ha determinato l’insorgere di alcuni caratteri peculiari: per esempio, gli individui della Canna sono platicefali, ovvero hanno la testa lunga più di due volte la sua altezza. Ma, sostanzialmente, sotto il profilo genetico non sono molto diverse da quelle di Scoglio Faraglione e di Vulcano, mentre le tre popolazioni differiscono leggermente da quella di Strombolicchio, che viene considerata una sottospecie distinta.

La vera particolarità, invece, consiste nella capacità di mantenere una popolazione vitale su un faraglione costituito in gran parte da rocce nude e inospitali, dove vivono pochissime piante e le risorse alimentari devono necessariamente risultare molto ridotte. La Canna e le sue lucertole rappresentano un caso estremo tra i molti esempi di microinsularità mediterranea, e tuttavia le difficoltà di accedere al faraglione per osservare i suoi eroici abitanti ha costituito per lungo tempo un limite oggettivo alla conoscenza dell’ecologia e della biologia di questa popolazione.

 La Canna di Filicudi

La Canna di Filicudi

Per tale ragione, quando Claudia Speciale e Livia Guarino hanno manifestato il desiderio di scalare La Canna, l’Associazione Nesos si è subito messa a disposizione per quanto riguardava l’appoggio logistico alla spedizione, “costringendole” però a una lunga sessione di nozioni e raccomandazioni su cosa avrebbero dovuto annotare, come andavano contati gli individui, quali campioni dovevano essere raccolti e tutto ciò che avremmo desiderato fare noi, ma che la nostra imperizia alpinistica aveva sempre ostacolato.

Le scalatrici all'opera

Le scalatrici all’opera.

La prima cosa da fare, per esempio, era stabilire con buona approssimazione quante lucertole abitano il faraglione. Claudia e Livia hanno diviso la scalata in tre cordate, sostando brevemente nei punti di raccordo; così, abbiamo stabilito che le lucertole andavano contate lungo il transetto rappresentato da ogni singola cordata, perché il rischio di contare due o più volte lo stesso individuo era maggiore durante le soste. Ciò può apparire alquanto empirico, anche se i biologi tendono a nobilitarlo chiamandolo “visual encounter survey”, ed è di fatto l’unico metodo applicabile a luoghi inaccessibili come La Canna.

Un altro degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Uno degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Il numero totale degli avvistamenti è stato utilizzato per una stima estesa alla superficie reale del faraglione, che ha fornito il dato – abbastanza attendibile – di un’ottantina di individui. La loro maggiore concentrazione, ovviamente, è stata osservata nella cengia esposta a Est dove cresce la maggior parte delle piante presenti; ma le lucertole non disdegnano di spingersi anche nella parte più bassa, per predare i “porcellini degli scogli” (Lygia italica), piccoli crostacei isopodi che corrono instancabilmente sulle scogliere lambite dal mare.

E qui giungiamo all’altro quesito: come sopravvivono ottanta lucertole in un ambiente tanto inospitale?

La risposta è: presumibilmente mangiando tutto ciò che si trova sul faraglione.

Lo studio delle feci, raccolte pazientemente da Claudia e successivamente dissezionate allo stereoscopio, ha mostrato che le prede principali sono rappresentate da formiche, che prevalgono decisamente su altre categorie di invertebrati. Nonostante le lucertole abbiano generalmente una dieta insettivora, quelle che abitano La Canna tendono a consumare inoltre una notevole quantità di sostanze vegetali, come foglie, piccoli frutti e persino fiori delle poche specie presenti; è questa una forma di adattamento alla scarsità di risorse, osservata in altre popolazioni microinsulari nel Mediterraneo, ma che non risulta altrettanto pronunciata in quelle eoliane della stessa specie, che vivono su isolotti dove la vegetazione è più densa e dove le prede abituali risultano più abbondanti.

E, a proposito di adattamenti, analizzando la dieta è saltato fuori quello che probabilmente rappresenta l’aspetto più singolare delle abitudini alimentari di questa popolazione. Una delle feci conteneva la zampa di una cetonia, un grosso coleottero tipico di ambienti di macchia e boschivi, in particolare dei castagneti, che difficilmente approderebbe su La Canna.cetonia

È però possibile che la cetonia sia stata predata da un falco della regina (Falco eleonorae), che nidifica sul faraglione ma si spinge in caccia anche a notevole distanza dal sito riproduttivo; le parti non digerite dell’insetto possono essere state rigurgitate in uno di quei piccoli boli alimentari – le borre – che molti rapaci e altri uccelli depositano spesso in prossimità del nido e, da lì, il passo è breve: una lucertola affamata è in grado di ricorrere a qualsiasi risorsa – anche quelle meno appetibili – se le condizioni ambientali lo richiedono.

Falchi della regina e lucertole convivono in numerosi isolotti del Mediterraneo, dove non soltanto queste ultime non vengono predate dai rapaci, ma addirittura traggono vantaggio dalla loro presenza alimentandosi dei resti degli uccelli (in genere, piccoli passeriformi) che i falchi intercettano durante la migrazione tardo-estiva; su questa curiosa interazione tra rapaci e lucertole abbiamo recentemente pubblicato un articolo, insieme a colleghi francesi e tunisini, ma ciò che si verifica su La Canna assume una valenza inedita, poiché finora non era stato documentato l’uso delle borre come risorsa alimentare da parte delle lucertole.falco

Un’arrampicata di qualche ora, dunque, ci ha regalato interessanti spunti per comprendere meglio le relazioni ecologiche che si possono sviluppare in un ambiente “estremo” e altrimenti difficilmente esplorabile.

Un altro degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Un altro degli esemplari di Podarcis raffonei fotografato durante la missione. Foto di Claudia Speciale

Ma non soltanto questo: l’emozione di vedere Claudia e Livia mentre conquistavano la vetta, il tramonto che illuminava la loro discesa, la sosta per festeggiare sulla terrazza del ristorante di Nino Santamaria, davanti a un piatto di spaghetti alla “filicudara” generosamente offerto da Francesco Scaldati, la corsa in gommone verso Lipari, nel buio di una notte senza luna appena interrotto a poppa dalla scia luminosa del plancton.

Sulla vetta: il nostro punto di vista.

Sulla vetta: il nostro punto di vista.

Un’esperienza che, al di là dei risultati scientifici, è stata densa di suggestioni e di momenti indimenticabili.

Pietro Lo Cascio

Sulla vetta. Foto di Claudia Speciale

Sulla vetta. Foto di Claudia Speciale

 

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La scalata della Canna sul nostro profilo Google+

La scalata della Canna in un articolo della Gazzetta del Sud

La scalata della Canna in un articolo del Giornale di Sicilia

La scalata della Canna sul nostro profilo Instagram

Lucertola delle Eolie – Aeolian Wall Lizard – Podarcis raffonei

podarcis raffonei

Negli anni Cinquanta del XX secolo, lo zoologo Robert Mertens ha studiato le lucertole delle Isole Eolie, descrivendo alcune popolazioni presenti negli isolotti come “razze insulari” della comune lucertola campestre (Podarcis siculus) e segnalando la presenza a Vulcano della lucertola siciliana (Podarcis waglerianus). In realtà, quest’ultima, insieme a due delle razze descritte – quelle di Strombolicchio e di Scoglio Faraglione – appartenevano a una nuova specie, riconosciuta soltanto mezzo secolo più tardi grazie a nuove indagini condotte su base genetica: la lucertola delle Eolie (Podarcis raffonei). A queste tre popolazioni, inoltre, si aggiungeva quella scoperta sul faraglione La Canna dagli alpinisti che lo avevano scalato per la prima volta nel 1973.

Come è possibile che una specie sia presente su isolotti distanti tra loro decine e decine di miglia e, invece, manchi nelle rispettive isole maggiori?

Il problema sembra essere stato una “convivenza” difficile: la lucertola che originariamente abitava tutte o buona parte delle Eolie si sarebbe trovata in svantaggio di fronte a una nuova arrivata, la lucertola campestre, giunta in queste isole probabilmente a seguito dell’uomo (e dunque solo a partire da 7000 anni fa). La competizione tra le due specie avrebbe causato l’estinzione della lucertola nostrana nelle isole maggiori, mentre le popolazioni che erano rimaste isolate su Strombolicchio, Scoglio Faraglione e La Canna hanno potuto sottrarsi all’infausto destino.

Il caso di Vulcano è più complesso: quest’isola è stata l’ultima ad essere abitata stabilmente dall’uomo, e dunque potrebbe essere stata colonizzata dalla lucertola campestre solo recentemente; durante il mezzo secolo trascorso dalle ricerche di Mertens, infatti, la specie eoliana è scomparsa dalla maggior parte delle località dove era stata osservata, e oggi ne sopravvive soltanto una piccola popolazione che – probabilmente – ha i giorni contati.

Così, la specie più importante della biodiversità delle Eolie, paradossalmente, viene attualmente considerata come una tra quelle maggiormente esposte al rischio di estinzione a livello europeo. L’isolamento geografico dei nuclei superstiti, infatti, impedisce il flusso genico e minaccia la struttura stessa di queste popolazioni. Inoltre, considerando che queste ammontano complessivamente a meno di 2000 individui, è facile immaginare come anche il minimo disturbo o alterazione dell’habitat possa produrre conseguenze gravi e probabilmente irrimediabili per la loro sopravvivenza.

Nonostante ciò, la popolazione di Strombolicchio sembra avere superato indenne il bombardamento della parte sommitale dell’isolotto, che a fine Ottocento è stato minato per realizzarvi un faro. A Strombolicchio vivono individui di taglia maggiore rispetto alle altre popolazioni, che superano i 10 cm di lunghezza (coda esclusa), e che sono caratterizzati da un colore intensamente scuro; quelli di Scoglio Faraglione e della Canna, invece, hanno una colorazione violacea, e i maschi assumono un verde brillante nelle parti dorsali durante la stagione riproduttiva. In tutte le popolazioni, invece, la reticolatura dorsale tipica di molte lucertole è quasi completamente assente.

Dato che le prede negli isolotti possono risultare piuttosto scarse, pur essendo prevalentemente insettivora la lucertola delle Eolie si è adattata a sfruttare ogni possibile risorsa, includendo nella propria dieta sostanze vegetali e addirittura i resti delle carcasse di uccelli predati dai falchi. L’attività è più intensa tra aprile e ottobre, quando le femmine depongono 2-3 uova anche tre volte all’anno, ma può verificarsi anche in inverno, in presenza di giornate soleggiate e miti; nei mesi estivi, invece, si riduce sensibilmente durante le ore centrali del giorno, quando il calore delle rocce nude diviene eccessivo anche per animali che hanno bisogno di esporsi alla luce solare per regolare la propria temperatura corporea.


In 1950’s the zoologist Robert Mertens has studied the lizards of the Aeolian Islands, describing some populations from islets as “island races” of the Italian wall lizard (Podarcis siculus) and recording the occurrence at Vulcano of the Sicilian wall lizard (Podarcis waglerianus). The latter, together with two of the described races – those from Strombolicchio and Scoglio Faraglione – belonged instead to a new species, which has been recognized only half century later on the basis of new genetic investigations: the Aeolian wall lizard (Podarcis raffonei). To these populations there has also been added that discovered on La Canna by the climbers who reached the top of the islet for the first time in 1973.

How it is possible that a species inhabits islets distant from each other dozens of miles and, on the other hand, lacks in the respective, major islands?

The answer seems to be the difficult “cohabitation”: the lizard who originally occurred on all or most of the Aeolian Archipelago would have been disadvantaged respect the newcomer Italian wall lizard, which colonized these islands probably as result of an human introduction (therefore, just from 7000 years ago). The competition between the two species may have caused the extinction of the Aeolian lizard on the larger islands, while the populations that remained isolated on Strombolicchio, Scoglio Faraglione and La Canna have escaped this unfortunate fate.

The case of Vulcano is more complex: the island was the last to be permanently occupied by humans, and therefore may have been colonized by the invasive lizard only recently. During the past half century, in fact, the Aeolian lizard disappeared from most places where it had been observed and at present it survives just with a small populations, for which the extinction could happen in a short time.

Thus, the species considered as the most important representative of the Aeolian biodiversity, paradoxically, is currently included among those critically endangered at the European level. The geographic isolation of the surviving populations, in fact, is a barrier for gene flow and a threat for their structure. Furthermore, considering that these include on the whole less than 2000 specimens, it is not difficult to estimate that even the slightest disturbance or habitat alteration may produce serious and irremediable impact for their survival.

Nevertheless, that of Strombolicchio was able to overcome without relevant trauma the destruction of the top of the islet, which has been detonated at the end of the 19th century during the building of a lighthouse. Specimens from this islet are larger respect those from other populations, reaching 10 cm in length (excluding the tail), and are characterized by an intense darkish color, while on Scoglio Faraglione and La Canna the color is purplish-brown and the males show a bright green in the dorsal part during the reproductive season. In all the populations, the dorsal reticulation typical of many lizards is almost completely lacking.

As preys in the islets may be rather scarce, and although it is mainly insectivorous, the Aeolian lizard has adapted to exploit all the possible resources, including in the diet vegetal matter and even the remains of carcasses of the bird hunted by falcons. The activity is most intense between April and October, when the females lay 2-3 eggs three times per year, but can also occur in the mild and sunny days of winter. In the summer months, however, it is significantly reduced during the middle hours of the day, when the heat of bare rocks becomes excessive even for animals that need to be exposed to the sun to regulate their body temperature.podarcis raffonei 1


 


Per ulteriori approfondimenti leggi:

For further details read (in Italian – English abstract):

PIETRO LO CASCIO

ATTUALI CONOSCENZE E MISURE DI CONSERVAZIONE PER LE POPOLAZIONI RELITTE DELL’ENDEMICA LUCERTOLA DELLE EOLIE, PODARCIS RAFFONEI (Squamata Sauria)

RIASSUNTO

Podarcis raffonei, specie endemica esclusiva delle Isole Eolie attualmente presente in quattro stazioni relitte e geograficamente isolate tra loro, è stata inclusa tra le specie criticamente minacciate (CR) nella Lista Rossa dell’IUCN; la consistenza numerica delle sue popolazioni viene infatti stimata in 920-1380 individui, presenti in una superficie complessiva di c. 20.000 m2. Oltre a quelli derivanti dalla frammentazione e dalla ridotta dimensione di tali popolazioni, che si riflettono sulla loro struttura genetica (assenza di flusso genico, bassa variabilità, ecc.), tra i principali problemi di conservazione si annoverano la competizione con Podarcis siculus, il disturbo antropico diretto e/o indiretto, l’assenza di normative specifiche di tutela e, in generale, i discutibili criteri di gestione cui risultano sottoposte le aree protette e i Siti Natura 2000 designati nelle stazioni occupate dalla specie. Dopo una breve disamina delle conoscenze biologiche ed ecologiche disponibili e del loro diverso grado di approfondimento per le singole popolazioni, vengono discusse alcune proposte per la loro tutela e conservazione, evidenziando la necessità di attuare interventi urgenti finalizzati alla re- introduzione della specie nell’ambito del suo areale, al suo inserimento in allegato alla Direttiva 43/92/CEE e alla diffusione di una corretta informazione presso le comunità locali relativamente alla sua importanza biologica e conservazionistica.

SUMMARY

Current knowledge and conservation measures for relict populations of the endemic Aeolian wall lizard Podarcis raffonei. The Aeolian wall lizard Podarcis raffonei, strictly endemic to Aeolian Islands, where it occurs just in four relict and geographically isolated stations, has been included among the critically endangered species in the recent IUCN Red List. The abundance of its populations is estimated at 920-1380 individuals, spread over an area of approximatively 20,000 m2. Other than problems resulting from fragmentation and small size of these populations, which are reflected on their genetic structure (lack of gene flow, low genetic variability, etc.), main conservation problems include 1) competition with Podarcis siculus, 2) direct or indirect human disturbance, 3) lack of legal measures to protect the species, and 4) questionable management policies concerning the protected areas and the Natura 2000 sites designated for the stations occupied by the species. After a short synthesis on the available biological and ecological information, as well as on the different level of detail concerning each population, some proposals on the conservation of the species and protection are discussed. In particular, the author highlights the need for urgent actions aimed at re- introduction of the species within its distribution range, its inclusion in the Annex to 92/43/EEC Directive, and implementation of appropriate information in the local communities regarding the conservationist and biological importance of this lizard.

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