Noi siamo Biodiversità

Nesos è onorata di ospitare in questo blog la tesina di Maturità Scientifica di Chiara Lo Caso che si è ispirata alle Isole Eolie e a ciò che ha visto durante alcune escursioni naturalistiche effettuate nell’Ottobre del 2015.

Enjoy!

(Qui trovate la presentazione digitale.)

Noi siamo Biodiversità

Perché (pre)occuparcene?

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PREMESSA

In Ottobre ho passato una settimana alle isole Eolie, ospite a casa di una coppia di amici di famiglia, un entomologo siciliano di nome Pietro e sua moglie Flavia che, da quando si sono trasferiti a Lipari dedicano la loro vita allo studio della biodiversità tipica della zona insulare. Ho apprezzato molto le escursioni che ci hanno proposto e le curiosità che ci hanno raccontato, così mi sono appassionata molto al tema, da qui l’ispirazione per questo lavoro. eolie

Un giorno, durante un’ escursione sull’isola di Stromboli, Pietro ci ha indicato la piccola isola di Strombolicchio, la cui superficie sembra molto ridotta da lontano. Mai avrei creduto che su questo scoglio di 3000 metri quadrati vi fosse una percentuale di biodiversità altissima: tra gli anfratti rocciosi e le piante quasi estinte, vivono sotto minaccia gli ultimissimi esemplari della Podarcis raffoneae, la lucertola nera delle Eolie. La specie è considerata tra  i vertebrati italiani a maggior rischio d’estinzione, soprattutto a causa dell’introduzione da parte dell’uomo della Podarcis sicula, la lucertola campestre comune.

coloquintide

Più tardi, sull’isola di Vulcano, lungo la strada l’esperta che ci faceva da guida ci ha fermato e ci ha mostrato uno strano frutto verde, subito ho pensato ad una anguria non matura, ma Flavia ci ha spiegato che si trattava di una Coloquintide (Citrullus colocynthis).

La Coloquintide è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee. In Italia cresce spontanea solamente a Pantelleria e in alcune zone delle Isole Eolie.

Tra le varie curiosità che ho appreso durante il viaggio in Sicilia, queste mi hanno fatto riflettere particolarmente.

In generale noi uomini crediamo di conoscere il nome di  quasi tutte le piante o animali esistenti o, se ci imbattiamo in qualcosa di sconosciuto, cerchiamo subito una parola per designarlo sulla base delle nostre conoscenze passate, dei nostri libri ed enciclopedie,  in cui ogni essere vivente e non solo, è schedato secondo i nostri parametri e l’utilità che può avere nei nostri confronti.

Quello che spesso sfugge è però che noi conosciamo solo circa 1,8 milioni di specie esistenti sul pianeta e siamo molto lontani da essere i conoscitori del mondo, dal momento che l’intervallo più plausibile per racchiudere la totalità delle specie varia tra 5 e 10 milioni. Inoltre noi, facendo parte della specie Homo sapiens, del genere Homo e del regno degli Animali, siamo solo parte di un potente e essenziale meccanismo chiamato biodiversità, che si basa sul fatto che esista una unica comunità di cui fanno parte tutti gli esseri viventi, in cui ognuno di essi occupa un posto preciso e necessario affinché la comunità possa sopravvivere, affinché si mantenga l’equilibrio che guida il mondo, creatosi in milioni e milioni di anni e che noi in pochi secoli stiamo distruggendo.


Da millenni, in tutti gli idiomi del mondo, non facciamo altro che dare un nome alle cose viventi o inorganiche del pianeta, dell’universo, delle terre abitate o inaccessibili. È come se esse ci chiedessero, dopo l’invenzione della scrittura, di essere riconosciute e raccontate dalle nostre parole. La fantasia degli uomini ha dato loro voci, pensieri e storie. In ogni lingua ha dovuto coniarle, fermarle sulle superfici più diverse, per ragioni pratiche e teoriche, per distinguerle le une dalle altre, per riconoscerle e giudicarle belle, utili e necessarie; oppure, per respingerle, temerle, esaltarne la fascinazione e quel mistero che un animale, un albero, una montagna o una stella non sanno di possedere. Apparteniamo a innumerevoli, immensi o minuscoli mondi non umani, anche quando con tracotanza ribadiamo che siamo una specie superiore. Chi ama la natura sa contemplarla, vuole rispettarla, non se ne serve soltanto per il proprio piacere e per interessi senza freni, gli è di solito istintivo trovare le frasi giuste per esaltarne l’aspetto, le stranezze e le meraviglie. Quando ci si accorge che gli occhi, i sensi, un congegno inventato per catturare immagini o suoni, possono non bastare più, quando capiamo che il gusto di una pesca matura, un airone alzatosi in volo, un sottobosco popolato di muschi e felci, si meritano da noi qualcosa di più delle nostre labbra, del nostro sguardo, di un odorato all’erta, allora come colti da un incantesimo, non potremo in seguito che descrivere l’emozione provata davanti al frullo d’ali di un uccello, al ronzio di un insetto mai visto prima. Scopriremo così, o già lo avremo capito da tempo, nel rinnovare un rito quotidiano, che l’attrazione istintiva per la natura non può astenersi dal custodire la memoria, le immagini e la speranza di rivedere ancora tanta bellezza e tanti misteri, accanto a noi o altrove. [1]


salgado Inoltre il mio percorso è stato ispirato dalle meravigliose fotografie di Sebastião Salgado, fotografo brasiliano che in 32 spedizioni, a piedi, in aereo leggero, in barca e persino con il pallone aerostatico, attraverso temperature estreme e in situazioni talvolta molto pericolose, è riuscito a catturare immagini della natura, di animali e di popolazioni indigene di una bellezza talmente intensa da lasciare senza fiato.

Inizialmente la sua idea fu concepita come una protesta contro gli abusi che l’umanità perpetra continuamente nei confronti del pianeta. Voleva mostrare come il prezzo dello sviluppo sia l’inquinamento di aria, acqua e terra; come l’agricoltura industrializzata, l’allevamento e l’industria del legname stiano decimando le foreste pluviali tropicali. Successivamente però si rese conto di quanto sia immensa la forza della natura e si meravigliò profondamente davanti alla sua capacità di rigenerarsi da sola, di far rinascere la vita. La sua fiducia fu risvegliata e così il suo obbiettivo divenne quello di scoprire paesaggi, animali e popoli non ancora raggiunti dal braccio dell’uomo moderno. Con sole foto in bianco e nero ha immortalato la natura in tutto il suo splendore, cercandola negli spazi più sconfinati, caratterizzati da un’eccezionale biodiversità, che coprono quasi la metà della superficie terrestre e da popolazioni “incontattate” che vivono in armonia con la natura, di cui ha documentato gli aspetti più evanescenti, come le acconciature da cerimonia e i costumi tribali, che tra pochi decenni potrebbero sopravvivere solo in fotografia.

Cause della perdita di biodiversità

Consapevolezza

Sebastiao-Salgado-10Nell’ultimo decennio, ma soprattutto dal 2010, anno Internazionale della Biodiversità, l’ONU ha posto all’attenzione del mondo la questione dell’impoverimento ambientale del pianeta a seguito della distruzione degli ecosistemi. Spinta dalla forte preoccupazione sulle conseguenze sociali, economiche, ecologiche e culturali della perdita di biodiversità, essa ha auspicato che gli stati aderenti cogliessero l’occasione per rafforzare la sensibilizzazione sull’importanza della diversità biologica e per svolgere azioni locali, regionali ed internazionali.
La relazione tra crisi economica ed ecologica è evidente. La perdita di biodiversità ed il degrado degli ecosistemi sono responsabili di un forte impatto sull’economia e sul benessere. La perdita di risorse naturali è devastante soprattutto sulle economie più deboli, è infatti collegata direttamente ad un aumento della povertà.

Perché stiamo perdendo biodiversità

photo-by-saldago-three-minersLa distruzione diretta degli ecosistemi, la frammentazione degli spazi naturali, il disturbo alle specie, l’introduzione di specie esotiche, l’inquinamento rientrano tra i più rilevanti rischi per la biodiversità nelle aree caratterizzate da un’elevata presenza umana. In questo periodo stiamo assistendo ad una grande ondata di estinzioni che non sono dovute a cause naturali, ma quasi esclusivamente alle attività dell’uomo.

La conseguenza principale della frammentazione degli habitat naturali è la suddivisione della popolazione originariamente distribuita su tutto il territorio in sottopopolazioni in scarso contatto fra loro. Queste sottopopolazioni sono ovviamente meno consistenti di quella originale e risultano, quindi, più vulnerabili alle fluttuazioni climatiche naturali, ai fattori di disturbo antropico, a possibili epidemie e al deterioramento genetico dovuto a inincrocio. Inoltre, in ambiente frammentato, l’habitat di una specie risulta maggiormente a contatto con habitat di altre specie e questo provoca l’aumento dei tassi di predazione, di competizione, di parassitismo.

Lo sfruttamento agricolo è una delle principali cause di perdita di agro biodiversità. L’agricoltura genera elevati apporti di nutrienti. Mentre una piccola minoranza di specie vegetali approfitta di tanta abbondanza, altre invece ne soffrono. Insieme a erbacce e parassiti, l’introduzione di prodotti fitosanitari chimici ha inoltre provocato la morte di numerose specie utili e a ciò si è aggiunta la meccanizzazione, che ha distrutto gli habitat naturali.

Un’ulteriore causa di minaccia per molte specie è costituita da un eccessivo prelievo ittico e venatorio. Tale prelievo può costituire la causa prima oppure aggravare situazioni già a rischio per la degradazione degli habitat. Le specie più minacciate dalla caccia e dalla pesca sono, oltre quelle la cui carne è commestibile, anche quelle la cui pelle e le cui corna, tessuti e organi hanno un alto valore . La caccia e la pesca non compromettono sempre la diversità di un ecosistema ma divengono seria minaccia di estinzione di una specie quando la sfruttano eccessivamente, cioè quando il tasso di prelievo è maggiore del tasso di rinnovamento della specie.

Un fattore, spesso trascurato, di declino e di estinzione di molte specie è l’introduzione in un territorio di specie alloctone, cioè di specie che sono originarie di altre aree geografiche e che, quindi, non si sono adattate, attraverso il processo di selezione naturale, all’ambiente nel quale vengono immesse. È importante tenere presente che le specie non solo si sono evolute nel corso di milioni di anni, ma si sono coevolute, ovvero si sono adattate reciprocamente in maniera da coesistere all’interno di determinati territori caratterizzati da specifiche condizioni fisiche, chimiche, climatiche. È stato valutato che circa il 20% dei casi di estinzione di uccelli e mammiferi è da attribuirsi all’azione diretta di animali introdotti (soprattutto mammiferi). Ciò può essere dovuto a diverse cause: alla competizione per risorse limitate, alla predazione da parte della specie introdotta e alla diffusione di nuove malattie.

Un ulteriore problema per la conservazione della biodiversità è rappresentato dall’introduzione nell’ambiente di organismi geneticamente modificati (OGM) [2].

C’è un acceso dibattito politico e scientifico relativo ai rischi e ai benefici, sia sanitari sia ambientali, legati alla diffusione degli OGM. In particolare, oltre agli effetti temuti sulla salute umana (quali gli aumenti di allergie), si teme che l’ambiente possa risentirne notevolmente in termini di inquinamento genetico di specie naturali, di trasmissione ad erbe infestanti della resistenza agli erbicidi, di evoluzione di parassiti più resistenti, di permanenza di tossine nel terreno, di aumento dell’uso di erbicidi, di scomparsa di alcune specie di insetti e, quindi, di riduzione della biodiversità. Il rischio è, quindi, legato al fatto che vengano prodotti e liberati nell’ambiente organismi viventi “nuovi”, che in natura non avrebbero mai potuto evolversi (si pensi alle piante modificate con geni provenienti da vegetali di specie diverse, o addirittura da animali) e che perciò l’ambiente non è preparato ad accogliere. Per i sostenitori degli OGM, invece, i benefici derivanti dall’uso di alimenti transgenici consisterebbero nella riduzione dell’uso di pesticidi chimici, nell’aumento della produttività dei raccolti, nel più facile controllo delle erbe infestanti e, quindi, in un significativo miglioramento ambientale.

 

PERCHE’ CONSERVARE LA BIODIVERSITÀ

SalgadoGenesi2L’essere umano è l’unico ente di natura che può causare un danno irreversibile ad essa. I danni a volte sono così macroscopici che si stenta persino a credere che siano stati provocati dall’uomo e si preferisce pensare che esistano delle leggi di natura la cui comprensione in parte ci sfugge.

Da questo punto di vista la diversità dell’essere umano da qualunque essere animale è così evidente da far quasi escludere una parentela comune. Ogni organismo vivente sottrae risorse dall’ambiente circostante per destinarle alla sua sopravvivenza ed alla possibilità di riprodursi. Ma nel fare ciò deve in qualche modo percepire il paesaggio che lo circonda; deve sapere individuare le aree idonee alla sua sopravvivenza e quelle che meglio si prestano alla sua attività riproduttiva. Naturalmente ciascun organismo vivente ha una sua specifica percezione del paesaggio che in cui si trova.

Spesso qualunque paragone tra l’uomo ed il mondo animale è improbabile, in quanto gli animali, in condizioni naturali, non hanno mai comportamenti peggiori di quelli che possono avere gli uomini.

Tutelare la biodiversità significa mantenere la resilienza e la funzionalità degli ecosistemi naturali, sia per il loro valore intrinseco che per i beni e i servizi che possono fornire all’uomo.

In quest’ultimo caso si parla di servizi ecosistemici, ovvero i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano; questi servizi possono essere suddivisi in quattro categorie:

  • supporto alla vita,
  • approvvigionamento,
  • regolazione ( controllo del clima)
  • culturale ( ad esempio il valore estetico)

Si tratta di un approccio antropocentrico, ma essendo stato pensato dall’uomo, non poteva essere diversamente. Il concetto importante è che il benessere umano dipende dai servizi forniti dalla natura e quindi dalla presenza della biodiversità.

Biodiversità ed estetica

La biodiversità rende variegato e ricco il paesaggio, ad essa viene così attribuita un valore estetico.

Il contatto con la natura è un bisogno innato ed è fondamentale per lo sviluppo delle componenti sensoriali e artistiche della personalità. La percezione della bellezza, della complessità e dell’armonia di un ambiente contribuiscono al benessere psico-fisico dell’uomo, stimolandone la creatività e le capacità percettive (attenzione ed emotività).

salgado-south-bending-treeUn bel paesaggio, ricco di piante e animali diversi, esercita un fascino particolare su colui che voglia trattenersi ad osservarlo, rifuggendo per qualche tempo dalla quotidianità del vivere che spesso ci condiziona attraverso la ripetitività delle cose che si devono fare e l’esigenza di doverle compiere in tempi sempre più ristretti.

Se dunque ci imponiamo di concederci dei momenti di riflessione interiore, svincolati dai vincoli di tempo che ci attanagliano, se dimentichiamo per qualche momento le nostre agende di lavoro, gli appuntamenti fissati, le tabelle di marcia che ci accompagnano ormai sia nel lavoro sia nei momenti di svago programmato, ecco allora che lo stato d’animo e la percezione della giornata saranno influenzati dal paesaggio, dalla diversità biologica che ci circonda, in maniera positiva.

L’identità culturale individuale è profondamente radicata nel nostro ambiente biologico. Le piante e gli animali sono i simboli del nostro mondo , conservati in bandiere, sculture, quadri e fotografie. Gli uomini si ispirano alla natura anche solo ammirando la bellezza e il potere della biodiversità.

Ispirazione per i giardini:

La natura è il solo modello dell’arte dei giardini. Essa non impiega ne uguaglianza simmetrica ne misure artisticamente compassate ne uniformità di contorni creando e componendo monti, pianure, piante, boschi, fiumi e laghi. Tutto appare sotto un aspetto spontaneo e vario e nello stesso tempo ripieno di quel piacevole abbandono e di quell’ apparente confusione mille volte preferibile alla nostra più accurata esattezza. Ella è regola e modello al tempo stesso e un artista non potrà riuscire se non imitandola fedelmente. Il nostro occhio giudica un giardino secondo le emozioni che esso suscita; dunque la simmetria e l’uniformità esagerate provocano noia, direttamente opposta alla sensazione che un giardino deve produrre. Esso deve essere un luogo dove regna la libertà e dove la natura incanta con la diversità che le è propria e che sa rapire lo sguardo.

Il giardino all’inglese è un tipo di giardino sviluppato nel corso del Settecento che non si avvale più di elementi geometrici per definire e circoscrivere lo spazio, ma si basa sull’accostamento di elementi naturali (rigogliosi ma mai incolti) e artificiali, che chi passeggia scopre senza mai arrivare ad una visione d’insieme, ma che danno anche l’idea di uno spazio molto naturale.
Esso di solito include distese di prati ondulati contrapposti a boschetti di alberi e ricreazioni dei templi classici, rovine gotiche e altre costruzioni con un architettura pittoresca, progettati per ricreare un paesaggio idilliaco pastorale. E’ visto come il luogo in cui l’emozione, suscitata dal susseguirsi di vari elementi sempre diversi, viene consolidata dall’armonia che lega le varie parti attraverso la contrapposizione degli opposti, come il regolare al selvaggio, il maestoso all’elegante, in modo da bilanciare le differenti emozioni.
Questo stile è in grado di esprimere emozioni così com’è, senza dover apportare nuovi elementi che creino delle figure geometriche, come accade per il giardino all’italiana. Il rapporto uomo-natura appare profondamente mutato: l’elemento chiave nel giardino all’inglese diventa la naturalezza.

bagno-venere-22L’osservazione scientifica della natura portava l’uomo alla comprensione dell’assoluta unità che lega il tutto, all’approfondimento della perfetta armonia che presiede le leggi naturali. Questa ammirazione si trasforma nella considerazione della natura come “opera d’arte”. Il percorso del giardino all’inglese non segue un modello, non ha dei percorsi che appaiono dritti e lineari, ma sinuosi e sempre diversi.

La natura è libera e capace da sola – senza l’intervento dell’uomo – di suscitare emozioni. In questo giardino la bellezza dei paesaggi naturali si esprime al meglio: piante e fiori vengono messi a dimora in base ad un’idea prestabilita, ma sono rigogliosi e liberi di esprimersi in tutto il loro splendore.

CasertaL’introduzione di elementi acquatici, come le cascate o i laghetti, contribuiscono a creare un paesaggio naturale che fa dimenticare addirittura di essere all’interno di un giardino. È proprio questa la particolarità del giardino all’inglese: il visitatore si sente immerso nella natura e vi è perfettamente a suo agio, proprio come se si trovasse all’interno di un bosco.

Un esempio è il giardino all’inglese presente all’interno della Reggia di Caserta a Napoli.

Ispirazione per la letteratura:

La più grande ricchezza della natura è la biodiversità e l’uomo ne è profondamente affascinato e ispirato; se il patrimonio biologico non esistesse o fosse molto più ridotto lo sarebbe anche il nostro patrimonio letterario, soprattutto poetico.

E’ interessante scoprire come tra le righe di un testo letterario possa manifestarsi una biodiversità che, supportata dall’elemento poetico, prenda quasi vita e si delinei vivida nella nostra immaginazione.

“La pioggia nel pineto” , lirica dannunziana contenuta nell’Alcyone, il terzo libro delle Laudi [3] ne è un esempio.

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

pescara_dannunzioNell’intrico della pineta, sotto la pioggia che avvolge e imbeve ogni erba, ogni pianta, D’Annunzio ed Ermione si tramutano nella sostanza arborea del bosco, diventano tutt’uno con la selva che li circonda, si fondono completamente con la natura, perfetta espressione di quella serena e rispettosa convivenza tra uomo e ambiente naturale che dovrebbe attuarsi ovunque sulla Terra, e che invece troppo spesso viene dimenticata o volontariamente messa da parte al giorno d’oggi, in nome di un progresso tecnologico che gradualmente e subdolamente sta destabilizzando ogni equilibrio naturale.

Se ci si reca il una pineta come quella dove D’Annunzio trovò ispirazione per scrivere “La pioggia nel pineto”, si ritrovano tutti gli elementi descritti nella lirica e ci si sente pervasi da una istintiva sensazione di piacere. E’ evidente che scienza e letteratura non si escludono reciprocamente, ma talvolta si intersecano e si intrecciano, in una ritroviamo l’altra e viceversa, e, come appunto nel caso di questa lirica, spesso esse si rafforzano vicendevolmente.

La lirica fu composta tra luglio e agosto del 1902, quando D’Annunzio risiedeva in una villetta nei pressi della pineta di Marina di Pisa, in Toscana. Bisogna immaginarsi un paesaggio dominato dall’elemento naturale e figurarsi il poeta che canta la gloria di un’estate tirrenica passata lungo le spiagge allora deserte della Toscana, tra le foci del Serchio e quelle dell’Arno, in particolare in un giorno piovoso, in quanto il rumore della pioggia è indubbiamente fondamentale all’interno dell’architettura stilistica e contenutistica della lirica.

Tutt’attorno regna il silenzio, senonché proprio tale silenzio, appare vagamente scandito dal picchiettio e dal crepitio insistenti provocati dalle gocce di pioggia, e poi suono delle cicale e infine dal “canto” delle rane.

forest“Taci”: così prende avvio il componimento, con un invito del poeta alla sua disincarnata compagna, un invito a tacere, per lasciare spazio al mutevole giuoco dei suoni della natura. E’ a questo punto che alla sfera sensoriale dell’udito si affianca quella della vista, per accogliere la meravigliosa flora e la meravigliosa fauna ospitate in questo angolo di universo, piccolo ma quanto mai ricco di biodiversità.

Biodiversità e salute

Un altro esempio della dipendenza dell’uomo dalla diversità delle specie esistenti risiede nel fatto che esse costituiscano un patrimonio prezioso per ottenere principi attivi, necessari alla cura delle malattie.

Circa l’80% della produzione mondiale di medicinali è ottenuta da piante o da estratti vegetali. Il National Cancer Institute (USA) [4] ha identificato 1.400 specie tipiche delle foreste tropicali, che contengono sostanze utili contro il cancro. Più di 70.000 specie di piante sono usate nella medicina tradizionale e moderna, di queste circa 20.000 piante medicinali tradizionali sono a rischio di sovrasfruttamento ed alcune di esse rischiano l’estinzione.

I farmaci di origine naturale sono un importante contributo alla salute: 119 sostanze chimiche pure sono estratte da circa 90 specie di piante superiori e sono utilizzate in medicina nel mondo; tuttora molte di queste sostanze non possono essere sintetizzate in laboratorio. A livello locale molte altre specie vegetali sono poi utilizzate nella medicina tradizionale. E’ stato stimato che circa l’80% della popolazione nei paesi meno sviluppati si avvale della medicina tradizionale come fonte di cura. Negli USA oltre il 40% delle prescrizioni mediche fa riferimento ad ingredienti estratti dalle piante, mentre la Farmacopea cinese utilizza ancora altre 5000 specie, quella amazzonica oltre 2000 e quelle indiana e russa oltre 2500 specie.

Biodiversity and food wealth

seedsIn order to feed an ever growing population, innovative and acceptable ways of integrating biodiversity conservation and food production need to be identified. Maintaining diversity within agricultural systems is not a new approach but one practiced by many smallholder farmers globally, in many different ways. The nutritional and livelihood benefits of diverse production systems are one way of achieving food security. Such systems are also more resilient to climate induced events or other shocks. Forests represent an important repository of food and other resources that can play a key role in contributing towards food security, especially if integrated into complex systems that are managed for multiple benefits.

Debal Deb and his seed bank:

Fifty years ago, every Indian village would probably have grown a dozen or more rice varieties that grew nowhere else. Passed down from generation to generation and family to family, there would have been a local variety for every soil and taste – rice that would grow well in droughts or deep floods, which had the aroma of mangoes or peanuts, tolerance for saltwater or medicinal value.

Back then, says the rice conservationist Debal Deb, India may have had more than 100,000 landraces, or local varieties. “Today there could be just 6,000, with fewer being grown every year. Every community had its own varieties. The rest are no longer cultivated and the knowledge of how to grow them will have been lost.”

Deb, a plant scientist turned farmer, is on a mission not just to reintroduce the lost varieties but to improve agriculture for an age of climate change and scarcity. He is cultivating 920 rice varieties on just 2.5 acres.

debal debHis seed bank, Vrihi, the Sanskrit word for rice, is growing fast as people bring rare seed to him. He grows it and then distributes it in 1kg packets. “Farmers take the seeds on condition they bring some back,” he says. “They must return 2kg as proof they have cultivated it. Most give 1kg to other farmers so the cycle continues.”

These are not just “heritage” varieties grown for the sake of growing them, he says, they are vital for food security, culture and biodiversity. Knowledge and availability of landraces will become increasingly important, he says, as climate change shifts rainfall patterns and makes extreme temperatures a more regular occurrence, and as modern agriculture comes to rely on ever fewer varieties and so becomes susceptible to large crop losses.

Deb, who was a Fulbright scholar and who has done post-doctoral ecology work at the University of California at Berkeley, is not impressed by hybrid rice growing. “Yet after 60 years companies still do not have one which can withstand a drought or flooding or sea water. But all of these characteristics are available in the landraces. I have varieties of rice that can grow and live for months in 12ft-deep water. There are varieties with amazing medicinal properties, certain dark-grained rice give high levels of antioxidants and can prevent cancers.”

Debal02Deb accuses large seed companies of trying to steal landraces. “They seem very interested in one, a three-grain rice. We have the last variety. We also have the last double grain rices. I was offered 15,000 rupees [$240] for just a handful. I just kicked the man out. Another man tried to steal some and a third tried bribes. One company man disguised himself as a farmer. I kicked him out, too.” “If they got hold of, say, three-grain rice, they would make millions. Would they share the benefits with the community who developed it? I doubt it. They would patent it. You would have to buy it each year.”

Biodiversità e convivenza

Coloro che osservano con curiosità la natura hanno sicuramente notato che alcune specie un tempo comuni sono successivamente diventate rare, come nel caso della lucertola delle Eolie, e viceversa certe specie ritenute un tempo rare, sono oggi comuni.

wim-wenders-e-salgado-il-sale-della-terra-farinotti-mymovies-labrougeIn natura c’è un dinamismo lento ma continuo e  nei tempi lunghi si possono apprezzare i cambiamenti.

C’è una diffusa convinzione che gli organismi siano perfettamente adattati all’ambiente in cui vivono; in realtà l’ambiente in cui vive un organismo non è indipendente da esso ed i cambiamenti che si verificano nell’ambiente non sono indipendenti dai cambiamenti che avvengono negli organismi. I rapporti tra specie ed all’interno delle specie sono più complesse di quello che si poteva ritenere; ogni variazione di una popolazione ha effetti imprevedibili sulle popolazioni di altre specie, che a loro volta risentono degli effetti di altre specie ancora.

Immaginiamo di trovarci davanti un tipico paesaggio di campagna; lo sguardo spazia e incrocia all’orizzonte una serie di colline dalle sommità brulle, lungo i cui dolci pendii si scorgono antichi borghi; sul fondo, la valle ampia e luminosa, attraversata da un filare di alberi e da fitte siepi che accompagnano e nascondono alla vista il fiume; tutt’intorno fervono le opere agricole; i terreni squadrati, i canali di irrigazione, i casolari, le macchine dei campi, tutti parlano di una intensa opera di intervento dell’uomo.

Proviamo a domandarci come doveva apparire un tale paesaggio un secolo fa, o ancora più giù prima che l’uomo lo popolasse! Esso si trasformerebbe ai nostri occhi con la stessa rapidità con cui le acque di un ruscello, scivolando a valle, si allargano o restringono, adattandosi agli spazi che incontrano.

Il cambiamento climatico può rendere conto della trasformazione di deserti sabbiosi in lussureggianti foreste, ma anche gli organismi viventi esercitano un ruolo primario nella storia del paesaggio.

Il paesaggio dunque si modifica continuamente, per alcune specie in maniera brusca e repentina, per altre in modo quasi impercettibile; in ogni caso le popolazioni viventi, ognuna con la propria specificità, hanno un gran da fare per cercare di adattarsi a tali cambiamenti, risultando esaltate le differenti specificità presenti all’interno delle varie popolazioni; su tali differenze opera la selezione, rendendoci conto della realtà oggi esistente: tutte le specie viventi derivano da progenitori che sono risultati vincitori momentanei di un processo selettivo che ha lasciato alle sue spalle milioni di altre specie, che non hanno trovato il binario giusto per adattarsi al continuo cambiamento dei paesaggi.

sebastiao-salgado-2In tempi più recenti, e in particolare da quando la nostra specie ha raggiunto un tasso di accrescimento eccezionalmente alto, data la sua complessità, i connessi processi di antropizzazione stanno determinando una modifica dell’ambiente con una intensità prima sconosciuta, se si fa riferimento a popolazioni che hanno dominato la Terra prima dell’uomo. Stiamo ormai imponendo i nostri paesaggi ad altri organismi viventi: di questi solo quelli che in qualche modo riescono ad entrare in sintonia con la nostra percezione ambientale non vengono spazzati via dall’imposizione dei canoni di vita umani.

Dunque per quanto statico può apparire l’insieme di specie costituenti una comunità o un ecosistema cambia continuamente. I sistemi ecologici sono attraversati da elementi di imprevedibilità, mutevolezza e dinamicità, insite nel concetto di evoluzione e di biodiversità. Il cambiamento è però in equilibrio, ed è questo equilibrio dinamico che va apprezzato e salvaguardato.

Dunque l’obiettivo della conservazione della biodiversità non dovrebbe essere quello di mantenere l’esatta composizione delle comunità esistenti oggi, ma piuttosto mantenere le specie stesse e permettere agli ecosistemi di continuare a modificarsi.

 

Chiara Lo Caso

 

Note:

[1] Brano tratto dal libro di Duccio Demetrio, Green Autobiography

[2] Un OGM è un organismo nel cui corredo cromosomico è stato introdotto, tramite le tecniche dell’ingegneria genetica, un gene estraneo prelevato da un organismo donatore appartenente a diversa specie vivente. Per tale via si conferisce all’organismo la caratteristica desiderata, come ad esempio nel caso dei vegetali, la resistenza agli erbicidi o a determinati insetti nocivi.

[3] Alcyone è il titolo di una raccolta di liriche di Gabriele D’Annunzio pubblicata nel 1903 ed è considerato il terzo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi.

[4] Il National Cancer Institute (NCI) è una delle undici agenzie parte dei National Institutes of Health facenti parte del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti. Esso sostiene la ricerca, la formazione, l’informazione sanitaria di divulgazione e altre attività connesse alle cause, la prevenzione, la diagnosi e il trattamento del cancro.

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

·         D. Demetrio, “Green Autobiography La natura è un racconto
interiore”, Anghiari, Book Salad, 2015

·         C. Ferrari, “Biodiversità Dal genoma al paesaggio”, Bologna,
Zanichelli, 2011

·         B. Massa, “Biodiversità: manuale per l’uso”, Palermo, Darwin
Edizioni ,  2010

·         S. Salgado, a cura di L. Wanick, “Genesi”, Taschen, 2013

·         Biodiversipedia:
http://biodiversipedia.pbworks.com

·         Wikipedia:
https://it.wikipedia.org/

·         M. Serafini, Biodiversità e piante medicinali:
http://web.mclink.it/MJ7834/AttiConv/BIODIVERSITY.html

·         J. Taylor, “The Making of The Farmer, The Architect and The
Scientist”, http://www.seedsoffreedom.info/the-making-of-the-farmer-the-architect-and-the-scientist/

·         E. Gavalotti, “L’uomo e l’ambiente naturale”,
http://www.homolaicus.com/scienza/evoluzionismo/6.htm

·         L’arte del giardino inglese,
http://www.zr-giardinaggio.it/giardino-inglese

·         WWF Global, about the lossing of biodiversity,
http://wwf.panda.org/about_our_earth/biodiversity/biodiversity_and_you/

·         Ispra ambiente, le cause della perdità di biodiversità,
http://www.isprambiente.gov.it/it

·         Foto in bianco e nero del fotografo brasiliano Sebastião Salgado

Island Biodiversity Research: la sezione scientifica di Nesos

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